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Aurora ONLUS

MARIA TERESA COLONNA - Firenze    

Varietà di Esilio. Una dimora per l’anima

Conosciamo bene sia dalla letteratura, che dal racconto di chi drammaticamente lo ha vissuto in prima persona, il termine dell’esilio.

Omero ci ha parlato a lungo dell’esilio di Ulisse che tuttavia sempre nel suo vagabondare mantenne viva una possibilità di una trasformazione e di un’Itaca alla quale ritornare, e Rilke ci ha già messo in guardia, come non sia importante andare ma saper ritornare.

Vi è però una varietà di esilio particolare, che non ha quasi mai possibilità alcuna di trasformazione né di ritorno, un esilio dal proprio paese, dalla propria cultura, dalla famiglia e dal lavoro dal proprio spazio sociale, dai luoghi della infanzia e della memoria, un esilio dell’Anima e della propria identità dunque, una separazione dalla propria interiorità e dal proprio corpo, dal proprio Sé.

È il caso di coloro che, pur abitando il mondo, sono stati chiamati sempre e dappertutto barboni. Oggi si è sfatata la falsa idea di una loro scelta romantica e nella loro più cruda realtà vengono chiamati senza-tetto.

La categoria dei senza-casa non è omogenea e al suo interno troviamo tipologie di persone diverse sia per problematiche che stili di vita.

Il vero disagio dei senza-tetto è nel convergere di molteplici carenze; vengono definiti senza-dimora, dove l’idea di dimora esprime il senso dell’abitare, di un radicamento e il termine dimora va oltre il senso di un semplice tetto, ma va colto nel suo significato profondo di home, homeless, infatti sono stati chiamati all’estero.

Nel nostro paese la legge è molto più severa e restrittiva che all’estero, perché essere privi di una dimora stabile e abituale comporta la perdita della residenza anagrafica indispensabile, in Italia, per non perdere i diritti dello Status di cittadino, dalla possibilità di votare alla assistenza sanitaria, alla previdenza, al lavoro, all’iscrizione dei bambini a scuola.

A Firenze, nel cuore più antico della città, proprio in quella «perfida Firenze», come la chiamava Dante, nel suo quartiere più popolare, a S. Croce, dove Dante ancora ci osserva dall’alto con severità, vi è un cuore di tenebra.

Una vecchia chiesa trecentesca (ormai sconsacrata) appartenente alle suore francescane, distribuiva già dal 1500 vestiario e cibo e fu messa a disposizione (con l’annesso ospedale incorporato) delle madri nubili e dei loro bambini, madri sole o abbandonate dai loro mariti e così fin da quell’epoca quella pubblica chiesa fu conosciuta come quella delle Malmaritate.

Le suorine francescane, oltre a dare aiuto, dovevano anche avere possibilità economiche, ordinarono infatti ad Andrea del Sarto una Madonna col Bambino e per uno strano capriccio (o dispetto), il pittore dipinse il quadro, oggi agli Uffizi, e lo chiamò La Madonna delle Arpie.

Più tardi, dopo una tremenda alluvione, il quadro andò venduto, la chiesa fu restaurata da un famoso architetto dell’epoca, Giovan Battista Foggini, che però rovinò completamente lo stile della chiesa, trasformandola con un restauro barocco pesantissimo.

La chiesa fu poi abbandonata dalle suore e, come accade per le persone, sembra che anche i luoghi abbiano una sorta di destino personale e già in quell’antico soprannome si può forse cogliere come si trasfigurasse, poi il suo destino; la chiesa ebbe infatti vari e strani inquilini. Dapprima vi si stabilì un teatrino parrocchiale, successivamente un ring per la box, un falegname ed infine un fotografo col suo studio disordinato e un po’ caotico.

E poi la chiesa languì in totale abbandono e disamore per anni e anni e sopravvisse proprio come una barbona. In seguito, ricondotta quasi alla sua origine e al suo destino delle malmaritate, una donna coraggiosa e un po’ anarchica insieme ad altre volontarie vi installò una dimora di accoglienza e di passaggio per i senza-tetto1.

In questo luogo solo in un anno vi hanno sostato 11.000 persone che vi hanno trovato possibilità di fare una doccia, di ricevere posta, leggere i giornali o i libri, trovare un tavolo apparecchiato con il cibo preparato con molta cura dai volontari da consumare insieme ad altri, dove vi è sempre stata la possibilità di ricevere ascolto delle proprie difficoltà e sostegno psicologico. In questa sorta di casa hanno trovato tutto quello che con il loro vivere per strada era andato perso definitivamente, soprattutto hanno potuto ritrovare, in quello stare insieme, parlando di sé, un minimo di appartenenza sociale e di nutrimento per l’anima sfilacciata ed esiliata dalle difficoltà e dalla tristezza della quotidianità.

Da qualche tempo lavoro come volontaria in questo Centro, chiamarlo lavoro è un po’ un modo di dire, perché per un’analista niente è più frustrante di questo lavoro, dove non c’è da aspettarsi trasformazione alcuna, né possibilità sicure di cambiamento delle persone con le quali si viene a contatto, dove tutto può rimanere come è: un girone dantesco, dove le polarità archetipica, successo e fallimento, non sono mai disunite e le interpretazioni psicologiche non servono a molto, dove non si può dare che ospitalità nel senso di riconoscimento e ospitalità verso gli Dei come fecero fiduciosi Filemone e Banci, verso il Dio Apollo che si presentò sotto mentite spoglie.

I senza-casa che sostano e si incontrano in questo luogo, e dei quali vorrei parlare, sono persone emarginate e prive sia delle risorse che delle motivazioni necessarie a disporre di una abitazione, nel presente e nel futuro. Si tratta sempre di persone sole, disinserite da una rete familiare e le loro storie sono segnate da un evento vissuto drammaticamente: una separazione coniugale, l’alcolismo o la tossicodipendenza, la detenzione carceraria, la perdita del lavoro e quindi l’esclusione sociale.

All’inizio, quando dei legami affettivi si ha ancora memoria e ci si trova senza casa, si tenta di appoggiarsi agli amici o ai parenti, ma poi immancabilmente ci si trova per la strada, ed è allora che l’individuo è proiettato in una dimensione diversa per ciò che riguarda la propria identità e l’uso del suo tempo giornaliero e le sue attività.

Dunque, dimentichi di se stessi, tutte le energie si indirizzano a soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza, come dormire, dove dormire, poiché la notte è il momento più critico e pericoloso e via via l’acquisizione dello stato degradante di barbone o senza-dimora, comporta un confronto drammatico con il ricordo del proprio doppio, di ciò che si era prima e che certamente non si sarà più, sulle aspettative psicologiche e sociali che un tempo si avevano, piano piano si raggiunge così la consapevolezza di una frattura totale con la proprie identità passata.

L’approdo in strada, perché si abbandona la propria abitazione o si viene allontanati dai familiari, mette in moto una serie di cambiamenti e modalità di relazioni fino ad una totale esclusione sociale. La vita quotidiana diverrà fatta di attese, con una percezione del tempo sempre come troppo vuoto.

Alcuni di loro hanno affermato(1):

«Non avere una casa significa tutto perché tu devi avere un punto di riferimento, se non ce l’hai non sai dove arrivare né dove partire, il che diventa difficile, quasi impossibile».

«Ci ho i fratelli, una sorella, ma non è la stessa cosa, loro c’hanno famiglia, hanno i loro problemi. Sanno così, vagamente, che sono qui, ma non chiederei aiuto assolutamente. Hanno sempre avuto paura che io potessi commettere qualcosa e magari... invece... perché quando uno si trova in questa situazione non viene più creduto da nessuno».

All’inizio sul piano della identità personale c’è ancora la tendenza a sottolineare la propria diversità dagli altri senza-tetto, la temporaneità della propria situazione vissuta solo come momentanea, ci si considera ancora membri della società e anche se come concausa si fa sempre riferimento ad un evento traumatico come causa di tutto, c’è però ancora viva la tendenza a rinserirsi nella società e ad impegnarsi in prospettive di cambiamento.

È coll’aumentare del tempo trascorso in strada che si registreranno invece cambiamenti in tutti gli ambiti della vita, anche nel modo di percepire psicologicamente se stessi, e la propria situazione comincerà a sembrare sempre meno provvisoria. Si instaura così una percezione di sé che sottoposta ad una serie di smentite mortificanti, conduce verso una trasformazione ed un indebolimento della propria identità.

E diverrà particolarmente drammatica la dissociazione fra la concezione di sé e l’immagine che invece viene riflessa, dalle persone con le quali si interagisce, immagine che di fatto rivela aspetti di se stessi indesiderabili e sempre più inacettabili.

Coll’indebolirsi della percezione e della consapevolezza del carattere non più temporaneo della propria situazione, si accentua sempre più anche il disagio per la mancanza di uno spazio privato, c’è poi come una perdita del controllo sulla propria attività e sull’organizzazione sia dei tempi quotidiani, che della scelta dei rapporti sociali, essendo tutto il tempo dei senza-tetto incentrato alla ricerca di beni di sussistenza.

Il senza-casa non è mai solo con se stesso e la propria interiorità, non può riflettere a lungo su di sé, l’esperienza è troppo penosa e insopportabile.

«Data la situazione in cui si trova, gli è difficile “edificare una frontiera fra ciò che è e ciò che lo circonda”, o meglio gli è difficile fare in modo che essa non venga continuamente violata. D’altro canto, è noto che una delle più elementari tecniche di presentazione di sé consiste proprio nel porre dei limiti al contatto fisico con gli altri e nello stabilire e difendere un minimo di territorio personale»(2).

E. Goffman (3), che ha studiato a lungo i senza-tetto, sostiene che

«l’insieme delle proprietà personali ha un particolare rapporto con il sé. L’individuo ritiene, di solito, di esercitare un controllo sul modo in cui appare agli occhi degli altri. Per questo ha bisogno di cosmetici, vestiti, e di strumenti per adattarli [...]; di un luogo accessibile, sicuro, dove poter conservare queste scorte e gli strumenti di lavoro - in breve, l’uomo ha bisogno di un corredo per la propria identità per mezzo del quale poter manipolare la propria facciata personale».

Sono particolarmente le interazioni con gli estranei che incrocia per la strada che gli rinviano una immagine negativa; egli si sente così osservato con sospettosa insistenza, con disapprovazione, come se le persone che incontra non dissimulassero nemmeno d’aver avvertito nel suo aspetto qualcosa di insolito, di non piacevole, che lo rende diverso dagli altri, certo peggiore.

Le persone che lo incrociano lasciano trasparire di aver scorto nel proprio campo visivo qualcosa di inconsueto che infrange però le regole delle buone maniere, come dormire su una panchina o farsi la barba per strada.

Goffman (4) ha descritto un fenomeno comune:

«Il rituale della disattenzione civile è quello che prescrive di porsi nei confronti degli estranei che entrano nel proprio campo visivo come se fossero delle non-persone, ignorandone la presenza. Due passanti che si incrociano per strada si guardano l’un l’altro fino a una certa distanza e poi abbassano lo sguardo al momento dell’incontro. Accordando la disattenzione civile si dimostra che si è notata la presenza dell’altro, ammettendo apertamente di averlo visto ma anche che egli non costituisce l’oggetto di una particolare curiosità o di un’intenzione specifica».

Per il senza-tetto non valgono più nemmeno le regole di incontro tra persone estranee.

In sostanza è chiaro che per lui vengono meno tutte quelle tecniche che attualmente sono scontate, e utilizzate a sostegno del sé, come l’organizzazione dell’ambientazione, una definizione sociale minima di rispettabilità del proprio corpo e delle proprie cose, la delimitazione di un minimo di territorio privato.

L’ineluttabilità della propria situazione, accentuerà sempre di più il senso di fallimento personale, dando inizio ad un processo di deterioramento sia dell’autostima che delle motivazioni verso un cambiamento.

Un senza-tetto ha ben descritto questo stato d’animo:

«se uno si abbatte, la cosa peggiora. Mi siedo sul letto (in dormitorio) e incomincio a riflettere: faccio di tutto per uscire da questa situazione, mi alzo, cammino, faccio chilometri a piedi per cercare lavoro... Viene un momento di crisi e rimani depresso al massimo.»

Per ridurre in parte la frustrazione e la delusione che nascono dal non poter appagare né le necessità psicologiche né quelle della vita reale, il senza-tetto cercherà di riformulare le proprie azioni, tenterà di adeguarsi alla situazione, ci si avvia dunque verso un irreversibile processo di adattamento alle condizioni della strada.

E in questo adeguarsi egli apprende nelle interazioni con i pari le strategie e gli espedienti che gli assicurano la sopravvivenza, egli ridefinisce via via la sua identità e così progressivamente elabora una concezione di sé molto diversa da quella che aveva precedentemente, come avesse ora un piede nella società convenzionale e l’altro nel mondo della strada, con piena consapevolezza di non appartenere pienamente né all’una né all’altro.

Uno di loro ha detto di se stesso (5):

«Ho capito cosa vuol dire la parola barbone. C’è chi vuol fare il barbone e dice: tanto la giornata la passo lo stesso, là vado a mangiare, là vado a vestirmi, là il pacchetto di sigarette me lo danno, i 10-30 euro riesco a farmeli, per il resto non me ne frega niente. C’è chi riesce a prenderla così la vita, gli basta quello... Così si sono adeguati, si accontentano, cioè ormai la prendono come una cosa normale».

Col tempo si arriverà ad una terza fase, quella purtroppo definitiva e senza ritorno, nella quale il senza-tetto costruisce ormai modalità di adattamento abbastanza strutturate per la sua sopravvivenza, che vanno dal trovare un posto all’aperto per dormire, all’avere un nascondiglio per le proprie cose, ad inventarsi stratagemmi varii per accedere alle mense.

Si tratta di attività varie ed eterogenee a volte al limite e oltre la legalità che si realizzano in una dimensione opportunistica, tutte attività che per quanto necessarie per la sopravvivenza, ambiguamente vengono invece intese come un lavoro vero.

Purtroppo per il senza-tetto, la perdita della capacità critica e il restringimento della coscienza che si instaura via via che il tempo in strada si prolunga, rende problematico anche il modo nel quale egli finisce per usare, perso ormai ogni senso del pudore, gli spazi pubblici come se fossero invece spazi privati, così poco importante è divenuta ormai l’immagine che gli altri possono farsi di lui.

Col tempo si diradano anche i legami che sono sempre stati superficiali, precari e molto fragili, poiché l’amicizia anche se si propone come una aspirazione importante, in realtà è inquinata da diffidenza e competizione.

Così il senza-tetto diverrà sempre più privo di rapporti sociali e di riferimento, e soprattutto povero di legami profondi ed ora, non si considera più membro della società né aspirerà a diventarlo, identificatosi ormai nella vita che conduce, non riuscirà più a considerarla come mancante delle cose più significative, i rapporti, il lavoro, la casa ma comincerà a considerarla in termini positivi come vita di strada, considerandola come qualsiasi altro modo di vivere.

Questa rimozione è forse l’unico modo che gli è rimasto di ricostruirsi parzialmente un proprio Sé.

Via via la routine di sopravvivenza struttura senza fine la sua giornata e la sua identità, e questa, per il senza-tetto, sembra divenga quasi una modalità psicologica a carattere difensiva, utile a fronteggiare l’incertezza e l’instabilità della sua esistenza che egli considera ormai una sorta di normalità.

La situazione psicologica dei senza-tetto va osservata dunque non solo come conseguenza delle privazioni, ma soprattutto in termini di perdita di capacità d’elaborazione psicologica.

Più a lungo si rimane in strada più tende a diminuire la capacità di essere autonomi, di realizzarsi progettualmente cercando di dare un senso al proprio futuro, e sempre più invece si diviene estranei e sradicati da ciò che in passato si era.

L’isolamento dei senza-tetto è drammatico e li trascina in una sorta di autismo difensivo, le interazioni sociali, già scarse, avvengono quasi esclusivamente tra senza-dimora, persone che non possiedono quei beni sociali come il lavoro, la famiglia, la casa, gli interessi attorno alle quali si sviluppano i rapporti sociali, la vergogna e la paura del rifiuto condizionano ogni contatto con gli estranei.

Paradossalmente sono scarse anche le opportunità di socializzare coi propri simili, le amicizie si possono formare molto rapidamente in strada, ma sono per lo più labili, volatili, senza implicazioni affettive né profondità psichica, né solidarietà, prevalgono il sospetto e la diffidenza. I propri simili sono vissuti addirittura come pericolosi, se non contagiosi.

Il paradosso è che si è in strada in mezzo agli altri, ma da soli e senza legami, poiché i rapporti servono solo per avere acquisizioni sulle risorse disponibili e gli espedienti per averle. Questi rapporti non forniscono le motivazioni o le risorse emozionali per uscire dalla propria condizione, ma possono rafforzare invece sia il convincimento che l’identificazione con tale modo di vita, senza mai costellare un progetto evolutivo di vita fuori dalla strada.

I ripetuti fallimenti per la ricerca di un lavoro col tempo diverranno meno significativi, ora prevale la rinunzia, si crea un circolo vizioso dove le risorse emozionali e progettuali si deteriorano sempre più, si stabilisce un atteggiamento irreversibile di apatia e di depressione. Uno di loro si racconta così:

«In questa vita sei fregato, e non ne esci più... questa vita ti porta al punto che non te ne importa più di niente... perché quando rimani in strada diventa tutto automatico... Se riesci a prenderla così la vita, ti basta quello... così ti adegui, logicamente, non facendo niente... cioè ormai la prendi per una cosa normale».

E un altro ancora:

«Se ti adagi su questa vita non riesci più a sbucare... È molto brutto, io mi chiedo sempre: quanto può durare ancora? Me lo chiedo ogni giorno e spero che mi arrivi ‘sto colpo di fulmine che veramente mi smuovo, mi dico speriamo che domani finalmente riesco a scrollarmi... se poi ti lasci prendere dalla disperazione allora sei finito».

Escogitare trucchi, saper sfruttare gli imprevisti, a fronte di un Sé ridotto ai minimi termini, costituisce un minimo di risorse e di autostima e di autoaffermazione. Goffman parla in questo caso di adattamenti secondari utili alla ricostruzione di un Sé.

La capacità d’essere convincenti e trarre vantaggi in danaro, coinvolgendo e magari imbrogliando il proprio interlocutore, e l’abilità nel raccontarsi sempre in modo diverso, in una molteplicità di storie, condurrà alla tendenza alla scissione e a lungo andare al costituirsi di un falso Sé.

Dice un senza-tetto, un ex poliziotto (6):

«Cerchi di fregare il prossimo e ci riesci a fregarlo, riesci perché dici ce la devo fare e ti metti di impegno, dai il massimo, ti organizzi le cose, dici qualcosa devo fare, ma non è che lo fai per i soldi a volte, è proprio che ti dà uno stimolo fare ‘ste cose, sì ti dà uno stimolo, ti fa sentire ancora vivo, ancora riesco a fare qualcosa, non sono perso che non riesco a farmi neanche le sigarette».

Dunque la permanenza troppo a lungo per la strada è certamente una minaccia per l’integrità psicologica e la propria identità, si giunge prima o poi ad una svolta significativa anche nella sfera morale, il momento cruciale sarà quando la condizione di strada inizia ad essere considerata non più un evento eccezionale e provvisorio ma come un modo di vivere. Ed è allora che questa accettazione definitiva diviene una sorta di resa.

«Questa vita diventa una cosa normale, una cosa che senti tua, e diventa padrona di te stesso. Anche se non è bella come vita diventa una parte di te stesso, il tuo modo di vivere. Cioè questa vita qua è difficile lasciarla perché poi diventa come quella di chi va a lavorare otto ore e sa che si deve alzare alle sette del mattino e lavora fino alle cinque di sera, e questa vita è uguale: sai che ti devi alzare al mattino alle sette perché alle otto devi lasciare il dormitorio, durante il giorno devi andare a vendere santini perché devi guadagnare la giornata e alla sera sai che ti devi ritirare se no perdi il posto in dormitorio».

Col tempo la rigidità dell’Io organizza delle strategie difensive, si costruiscono spazi alternativi di sopravvivenza che vengono considerati però come normali, spazi di vita quotidiana, si realizzano mappe di risorse, itinerari fissi, punti specifici della città, i più vicini ai centri di sostegno e tutti, una volta definiti, rimangono rigidamente sempre gli stessi, la routine diviene sempre più rigida e meccanica e di fronte anche a minimi cambiamenti vi è uno spiazzamento emozionale fortissimo.

Da quel momento la vita diviene ripetitiva e scandita sempre dalle stesse cose.

Gli espedienti messi in atto, le esperienze vissute falsamente come attività lavorative, tutte improntate invece nella logica di spuntarla, di sapersela cavare, divengono pressoché le uniche risorse significative per la propria identità e per costruire un minimo di autostima di fronte a se stessi e agli altri, la dimostrazione di essere ancora padroni di se stessi secondo Goffman diviene quasi un margine del Sé.

«È il nostro modo di vivere quello di studiarle tutte, inventarsi ogni giorno qualche nuova furbizia, fregare la gente per tirare avanti... ne ho fatte tante di cose e ne ho viste tante. È un modo di vivere, è come una scuola la strada, impari tante malizie, tante furbità [...]. Le studi tutte, cerchi sempre di tirare su qualcosa, diventa un po’ un’ossessione, non è solo il denaro che ti interessa a volte, lo fai per dimostrare a te stesso che sei ancora capace di fare qualcosa».

Malgrado questo tentativo di riorganizzazione del Sé, col tempo si attenueranno sempre più le risorse emozionali e le possibilità di reazione costituendosi invece stati di passività depressiva e di rassegnazione.

(7) «In questa condizione ti senti invischiato, non viene voglia di fare niente, perché una volta che ci sei dentro, qui è come un labirinto, questa vita qui è come un labirinto che tu giri e giri e non trovi mai la via di uscita.

Allora è facendo questa vita che ti porta al punto di fregartene, cosa me ne frega? Ti lasci andare proprio, perdi te stesso, anche se ti guardi allo specchio, che sei stanco, depresso, non ce la fai più, però non vedi la tua faccia, vedi un’altra persona, vedi solo un’ombra, non riesci più a vederti allo specchio».

Ormai sono queste stesse attività di routine a costruire le risorse, anche se modeste, alle quali il senza-casa attinge per la ricostruzione di un nuovo Sé, sappiamo infatti che non vi è mai una completa destrutturazione dell’identità, ma solamente un processo di riorganizzazione della stessa ad un altro livello.

Il processo di cronicizzazione che si instaura nel rimanere sulla strada, assume piano piano come una struttura ad imbuto e si incrementa per tappe che, progressivamente, si presentano sempre con meno gradi di libertà e possibilità di uscita.

A lungo andare viene sempre più a mancare la capacità di progettare e proiettarsi nel futuro, di aspettarsi cambiamenti nella propria situazione, come se la vita fosse ormai appiattita su una sorta di presente dilatato, sempre più sganciato dal passato e dal futuro e non si potesse, chiusi in una routine quotidiana, che darsi mete a scadenza brevissima.

Dunque tutto è collegato al tempo, perché anche i fattori che potrebbero facilitare l’uscita dalla condizione di senza-tetto, hanno sempre meno influenza e vengono meno via via le risorse che potrebbero derivare dalla storia pregressa del soggetto e alla sua vita lavorativa precedente, sempre più distante e separata da lui, al punto da non avere più alcun peso nella situazione attuale. Si instaura così uno stato di depersonalizzazione che sempre più spesso degenera anche nell’alcolismo.

Si deve dunque intervenire prima possibile, per alcuni l’elemento salvifico è divenuto il rapporto affettivo molto stretto stabilito con un volontario del Centro, legame che ha assunto un forte carattere personale, portando così quel sostegno emotivo che ha poi permesso di disintossicarsi dall’alcol, rinserirsi socialmente e soprattutto ritrovare quelle capacità indispensabili per vivere autonomamente, come saper gestire il proprio tempo, e impegnarsi nelle relazioni concedendovi fiducia.

Le risorse veicolate in tale relazione sono state soprattutto di natura simbolica e affettiva. Da questo legame la persona senza-dimora ha, infatti, attinto autostima, fiducia in se stesso, motivazioni a impegnarsi, superamento della vergogna. Ma la tendenza alla depersonalizzazione è però sempre presente.



Seguendo il pensiero teorico di C.G. Jung e di J. Hillman, sappiamo che l’Io poggia su quel fattore sottostante che è l’Anima, cosicché il senso di identità personale è dato all’Io proprio dall’Anima.

Nella condizione di depersonalizzazione, l’individuo diviene totalmente estraneo sia verso il mondo interno che quello esterno, e questo cambiamento ha come conseguenza che il soggetto non si riconosce più una personalità. Le sue azioni gli appaiono automatiche. Osserva le proprie attività come se fosse uno spettatore casuale, il mondo esterno appare estraneo e sconosciuto e ha perduto la sua realtà e non solo non ha più significato personale, ma non ha più importanza divenendo come una distesa piatta e uniforme.

(9) Secondo Jung, è l’Anima a fornire il nesso tra l’uomo e il mondo e tra l’uomo e la propria soggettività interiore. Anzi, l’Anima è la personificazione di quella interiorità e soggettività, del senso stretto della personalità, in particolare per Jung è l’archetipo dell’Anima che rende possibile l’esperienza intesa come esperienza personale.

Al momento in cui non sentiamo più connessione con le cose, e si diventa insensibili al mondo, si perde tutto oltre quella casa e quella famiglia così importanti che già sono state perse un tempo.

La desolazione e l’abbandono della variegata schiera di senzatetto e sbandati che vediamo per le strade della nostra città è un riflesso di un più profondo senso di stradicamento che avvertiamo dentro di noi. I senza-tetto incarnano una deprivazione di anima che molti di noi sperimentano, nella misura in cui viviamo in un mondo inanimato senza il senso di un’anima del mondo che ci ricolleghi alle cose.

Noi presumiamo che la nostra solitudine abbia a che fare con le altre persone, ma essa deriva anche dall’estraneazione da un mondo che abbiamo spersonalizzato grazie alle nostre filosofie. Presumiamo che la quantità di senza-tetto abbia a che fare con l’economia, quando invece è piuttosto il riflesso della società e della cultura che abbiamo creato.

Il senso di perdita del coinvolgimento personale, dell’attaccamento nei confronti di se stessi e del mondo, questi stati di apatia, di monotonia, di aridità e di stanca rassegnazione, quel senso di non credere nel proprio valore e di non curarsene, il senso che niente conta o che tutto, fuori e dentro, è come svuotato, Jung attribuisce questi stati all’archetipo dell’Anima.

Queste forme di depersonalizzazione potremo vederle come perdita di anima o ricondurle a quella condizione che Jung (10) ha chiamato perdita permanente dell’Anima.

Poiché l’Anima, ed è sempre Jung che parla: (11)

«... è sempre l’elemento a priori dei suoi umori, reazioni e impulsi, e di tutto ciò che esiste di spontaneo nella vita psichica. È qualcosa che ha vita propria e che ci fa vivere; è una vita che è dietro la coscienza e che non può mai essere completamente integrata con questa, ma dalla quale, piuttosto, la coscienza emerge».

Perdita di anima significa sia perdita dell’animazione del mondo interno sia perdita dell’animismo esterno che appare privo delle sue profondità e perde così la prospettiva, diventa una piatta distesa senz’anima.

La condizione psicologica nella quale abbiamo visto vivere questi diseredati, non può essere affrontata con l’approccio psicologico al quale noi analisti siamo abituati.

Come aggiungere allora profondità e significato, un minimo di entusiasmo alla vita, ad una vita che appare sempre più sofferente anche per una mancanza o perdita di anima?

Questa mancanza non si manifesta solo come un’assenza, comporta disturbi emozionali, il senso di vuoto di frustrazione, la perdita di valori, la disillusa amarezza dei rapporti interpersonali, il bisogno insoddisfatto di spiritualità, che sappiamo quanto sia necessario per la propria salvezza e salute; il corpo e l’anima separati e scissi ci fanno vivere lacerati.


Prendersi cura di queste persone e delle loro necessità reali, come avviene in questa vecchia chiesa, per quanto possa essere un’incombenza umile, significa prendersi cura dell’anima.

Dovunque noi personalmente viviamo, possiamo curare anche questo luogo dove possono sostare, come se fosse la nostra casa, un luogo che diviene comunque integralmente legato alla condizione dei nostri cuori.

Ogni focolare domestico è un microcosmo, è il mondo archetipico che assume forma concreta in una casa, molte tradizioni attestano da sempre la natura archetipica di una casa.

Prendersi cura dell’anima ci richiede di prestare occhi e orecchie alla sofferenza, significa permettere ad ognuno di narrare la propria storia (la cosa più richiesta), solo così questo luogo può divenire anche una dimora per l’Anima e la Psiche.

Prendersi cura dell’anima non sarà per loro né un progetto di autoperfezionamento né un modo per liberarli dai dolori e dalle afflizioni dell’esistenza quotidiana. Il prendersi cura dell’anima attiene a un’altra dimensione, in nessun modo separata dalla vita, ma neppure legata alla risoluzione dei problemi che occupa tanta parte della nostra consapevolezza.

Ci prendiamo cura dell’anima, scrive T. Moore (12):

«esclusivamente onorandone le espressioni, dandole il tempo e le opportunità di rivelarsi, e vivendo la vita in un modo che favorisce la profondità, l’interiorità e la qualità nelle quali essa fiorisce. L’anima ha in sé il suo scopo e il suo fine [...] Per l’anima la memoria è più importante della pianificazione, e l’amore più appagante della comprensione».

Sappiamo di essere sulla buona strada che porta all’anima quando proviamo attaccamento per il mondo e la gente che ci circonda e quando viviamo tanto con il cuore quanto con la testa. Sappiamo di esserci presi cura dell’anima quando proviamo piacere con più intensità del solito, quando riusciamo a liberarci dalla complessità e dalla confusione, e quando alla sfiducia e alla paura si sostituisce la compassione.

Si tratterà allora di tentare insieme di riportare l’Anima dentro la vita.

Allora per alcuni, questo luogo di frontiera, di sosta o di passaggio che sia, può divenire la casa, dove ritrovare un po’ se stessi, una dimora per l’Anima appunto per chi riceve e anche per chi dà presenza e aiuto: a Firenze in via de’ Macci n. 11.


Bibliografia:

(1) Antonella Meo, Vite in bilico, Napoli, Liguori Editore, Napoli, 2000, p. 121.

(2) E. Goffman (1961), Asylums, Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates, New York, Doubleday, trad. it. Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Torino, Einaudi, 1968.

(3) E. Goffman (1959), The Presentation of Self in Everyday Life, new York, Doubleday, trad. it. La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino, 1969, p. 49.

(4) E. Goffman (1963a), Stigma: Notes on the Management of Spoled Identity, Englewood Cliffs, Prentice-Hall, trad. it. Stigma, Milano, Giuffré Editore, 1983, pp. 85-90.

(5) Antonella Meo, op. cit., p. 132.

(6) Ibidem, p. 163.

(7) Ibidem, p. 146.

(8) J. Hillman (1989), Anima, Adelphi, Milano, pp. 139-144.

(9) C.G. Jung, CW, V, par. 388 [Opere, V, p. 256].

(10) C.G. Jung, CW, IX, I par. 147 [Opere, IX, I, p. 74].

(11) Ibidem, p. 57.

(12) T. Moore (1997), La cura dell’Anima, Frassinelli, p. 270.


Testi consultati:

G. Lavanco - M. Santinello (2009), I senza fissa dimora, Paoline Editoriale Libri.

B. Thompson (1986), Box-Ca Bertha, Giunti, Firenze.

P. Gaborian (1993), Clochard, Lonrai Edition Juillard.

S. Golden, The Women outside. Meakings and Myths of Homelesshess, Berkeley, University of California Press.



Maria Teresa Colonna è laureata in Medicina. Redattrice della Rivista di Psicologia Analitica, è membro dell’International Association for Analytical Psychology (IAAP) e dell’Associazione Italiana per lo studio della Psicologia Analitica (AIPA) per la quale svolge attività didattica. È membro della C.G. Jung Foundation of New York. Autrice di vari saggi e di un volume incentrato sul femminile e sul mondo immaginale, vive e lavora a Firenze, dove è professore associato di Psicologia dinamica presso l’Università.

Indirizzo: Piazza De’ Mozzi n. 5 - 50125 Firenze.